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Tema sfilata 2010

 

TEMA CORTEO STORICO

PALIO DI ASTI 2011

 

 

 

PIACERE, AMORE  E LUSSURIA NELLA SOCIETA’ MEDIEVALE

 

 

 

Nel basso Medioevo il corpo umano era ancora considerato dai teologi e dalla Chiesa tempio di colpe, da espiare con  mortificazioni per estirpare con forza il peccato originale attraverso divieti, penitenze e digiuni mirati a sopire i desideri carnali. Nel corso dell’anno vi erano tre periodi della durata di quaranta giorni durante i quali, secondo i precetti della Chiesa, ci si doveva astenere dall’avere rapporti carnali.

Questo è uno dei motivi per cui le nascite erano più o meno concentrate sempre negli stessi lassi di tempo; partorire nove mesi dopo una di queste “quaresime” era molto disdicevole e, anzi, era considerato un vero e proprio peccato. La donna era considerata impura, poiché rea di indurre l’uomo in tentazione ed in quanto causa prima del peccato originale; soltanto le monache e le vedove erano ritenute meno colpevoli nella misura in cui dominavano forzatamente i loro istinti attraverso la pratica della castità.

In chiara antitesi con questa concezione della donna si pone, a partire dal XII secolo, la poetica dell’amor cortese, che grazie ai trovatori provenzali giunse ben presto in Italia, influenzando i poeti del dolce Stil Novo e diffondendo il culto della donna come un essere sublime, irraggiungibile. Nel “servizio d'amore" l'amante presenta il suo omaggio alla donna e resta in umile adorazione di fronte a lei, soffre per amore inappagato, perché non si tratta di amore spirituale, platonico, ma di un legame fortemente sensuale. Si giunge quasi ad una teorizzazione dell'amore adultero: il matrimonio, infatti, spesso era un contratto stipulato per ragioni dinastiche o economiche, i nobili in particolar modo si sposavano per interesse o per accordi politici affinchè le unioni producessero scambi di potere e di denaro. Per essere sicuri che le nobildonne restassero fedeli ai mariti, anche quando questi partivano per lungo tempo, in questo periodo fu inventato un particolare strumento di controllo: la cintura di castità, che comparve per la prima volta in Italia nel XV secolo, con lo scopo di proteggere le donne di alto rango dalle violenze e dall’adulterio.

Nonostante la Chiesa avesse un’enorme influenza sulla popolazione, vi era comunque una notevole libertà di costumi, che portava l’uomo ad una ricerca sfrenata dei piaceri terreni: i postriboli, luoghi di depravazione e di lussuria, erano molto frequentati, la prostituzione, pur avversata dalla Chiesa, era tollerata, come si evince dagli statuti della città di Asti, che non si occupava di reprimerne l’attività, ma solo di controllare i comportamenti nei luoghi pubblici, imponendo una tassa sui guadagni. Elementi di amore e lussuria sono rappresentati dal corteo rosso-blu che rievoca i costumi e i piaceri della società medievale astese.

 

 

 

 

 

 

TEMA CORTEO STORICO 2010

 

                        Stregoneria e superstizione nel medioevo astese


 Nel Medioevo la cosiddetta stregoneria era diffusa in tutta Europa: talvolta si manifestava con riti di ascendenza arcaica, più spesso proponeva pratiche curative che facevano ricorso a erbe medicamentose e a unguenti miracolosi.

Di certo questi rimedi erano praticati anche nelle campagne astigiane ad opera di donne, spesso nubili o vedove, che usavano semplici prodotti a base di erbe medicinali per guarire malattie o assistere le gestanti al momento del parto,  preparando infusi, decotti e tinture a scopo curativo, ma anche contro la malasorte o nella convinzione di poter operare incantesimi. 

 Verso la metà del XIV secolo si cominciarono a considerare simili pratiche come opera del diavolo e si diffuse la credenza nel sabba: riunione periodica di streghe caratterizzata da riti orgiastici, omicidi rituali e atti di adorazione del Maligno sottoforma di animali quali il gatto nero, il gallo o la capra. Verso la metà del secolo successivo la stregoneria era ormai vista come una forma di eresia, oggetto dell’interesse del Tribunale ecclesiastico della Santa Inquisizione.

 Fu Papa Gregorio IX a promulgare le bolle più severe contro eretici, mentre papa Innocenzo VIII con la bolla papale Summis desiderantes affectibus diede all’ordine monastico dei Domenicani, del tribunale del Santo Uffizio della Chiesa di Roma, l’incarico di provvedere a correggere queste forme di eresia.

 I monaci nel loro compito di inquisitori erano affiancati da rappresentanti del governo ed aiutati da un gran numero di uomini e donne che si trasformavano in delatori per paura, per vendetta o per avidità di denaro. Moltissime furono le donne accusate, processate e torturate per poi essere condannate al rogo purificatore, con l’accusa presunta di aver stretto patti scellerati con il Demonio.

 La Chiesa proponeva, inoltre, simboli e devozioni volti a contrastare la stregoneria, quali l’acqua santa, le candele benedette, i rosari, le reliquie ed gli esorcismi.

 San Damiano rievoca questo evento nefasto della caccia alle streghe, al quale partecipavano il potere civile e il clero secolare alla presenza della nobiltà cittadina con i propri magistrati, notabili ed insegne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 TEMA CORTEO STORICO DEL PALIO 2009

L'arte degli speziali astesi

 

Nel Medioevo la scienza medica rimase legata alla superstizione, alla magia e alle pratiche religiose, al punto che i medici dell’epoca si basavano sulla conoscenza della filosofia e dell’astrologia affidandosi essenzialmente alle virtù curative di erbe, piante e di molti elementi naturali compresi i pianeti e le fasi lunari.

La scienza farmaceutica, derivata dalle conoscenze arabe ed ebree, veniva tramandata nei conventi dai monaci che studiavano le virtù curative dei semplici, utilizzando erbe, radici ed essenze coltivate negli horti.

La farmacopea medievale, era ricca di erbari e di antidotari verdi o rossi a seconda se erano connessi alle piante o agli animali; molti veleni avevano preminenza nella medicina, alcuni di essi come il giusquiamo e l’elleboro in minime proporzioni davano intenzionalmente la morte.

Le erbe vendute nelle spezierie erano raccolte da alcune donne che venivano denominate radicciaie o erbolaie e che per tale attività venivano regolarmente pagate alla consegna della merce; accanto alle spezie e alle sostanze medicinali venivano venduti anche profumi, confetti, candele ed alcuni ex-voto in cera.

I farmaci sotto forma di polveri, infusi, sciroppi, unguenti e pillole, che costituivano la terapia galenica, venivano riposti in appositi recipienti quali: albarelli, brocche, versatoi, idrie, bocce, fiasche e pilloliere che erano custoditi negli armari pigmentariorum o armari aghotecariorum all’interno delle spezierie.

I malati più facoltosi potevano usare al posto delle erbe, dei prodotti a base di pietre preziose: smeraldi, rubini, accanto a malachiti, lapislazzuli, diaspri, ametiste e coralli venivano ridotti in polvere nei mortai degli speziali ed entravano in composti molto costosi e di particolare valore terapeutico.

Queste gemme potevano costituire dei gioielli-talismano da portare indosso con la funzione di prevenire le malattie, oppure potevano essere ingerite dando origine ad elisir, impiastri e pozioni miracolose.

La cronaca di Guglielmo Ventura, cittadino astese, appartenente alla corporazione speziale nel XIV secolo, recitava che il collegio speziale della città di Asti recava come simbolo l’immagine di una vipera, ingrediente della teriaca, antico rimedio usato per curare i mali più diffusi dell’epoca.

Le effigie dei santi patroni Cosma e Damiano, protettori dei medici e degli speziali, aprono la sfilata del corteo rosso blu, che rappresenta gli strumenti e i preparati delle spezierie medievali che nel XV secolo, erano situate lungo la contrada maestra del paese, antica sede delle botteghe artigiane e del commercio locale.

Bibliografia: Le farmacie e la loro istituzione di Alfredo Serrani

Un millennio di medicamenti ed elisir di Lidia Parentelli

Storia del Piemonte di Michele Ruggiero

 

Il responsabile del corteo storico

Gioele Remondino

 

 

 

TEMA CORTEO STORICO PALIO 2008

Storia e cultura del vino nel medioevo astese

 

Dai primi secoli del Medioevo fino al sorgere dei Comuni la coltivazione della vite non fu mai interrotta, il vino divenne un elemento che accompagnò tutte le manifestazioni familiari, religiose e civili dei popoli. La precettistica intorno alla coltivazione della vite, sopravvisse nel Medioevo per opera quasi esclusiva dei monaci Benedettini e dei Cluniacensi cui spetta il merito di aver custodito e tramandato, sino alle soglie del Basso Medioevo, gli antichi insegnamenti agricoli e le pratiche vinicole dei monasteri. Nell'antica farmacopea il vino ippocratico o ippocrasso formato da vino bianco con infuso di cannella, garofano, noce moscata e zucchero veniva consigliato alle partorienti, mentre associato con erbe e spezie era usato per la preparazione di elettuari, sciroppi e giulebbi adoperati per curare ogni tipo di male, secondo le credenze della medicina antica. La produzione artistica tardo gotica rappresentava l'immagine del vino e della vendemmia in preziosi libri d'ore, calendari astrologici e arazzi che ritraggono le varie attività quotidiane della viticoltura medievale. Le rivalità tra nobili si manifestavano anche nella gara dei banchetti, nei quali il vino costituiva certamente un importante componente, anfore di vini moscatelli e di uve berbesine (antenati del Moscato e del Barbera) venivano servite alle mense dei principi, della nobiltà e dell'alto clero, con sfoggio di coppe smaltate, preziosi calici, nappi e vasellame d'oro e d'argento. Agli inizi del XV secolo ad Asti si fabbricava una grande quantità di anfore, botticelle e vasi potori usati per il consumo del vino, al punto che nel 1401 Tommaso III, marchese di saluzzo, unificò i pesi e le misure di capacità che furono stabilite in sestieri e carrate per le grandi quantità e in pinte, terzini e dolii per le minori. Nei ceti popolari il vino veniva consumato nelle osterie in cui esistevano speciali disposizioni inserite nello statuto dei tavernieri in cui venivano prescritti il modo di produrre e mescere il vino e la scelta della persona o dell'ente dal quale dovevano acquistare le uve. Dal codice di Asti detto del Malabayla e dalla cronaca di Ogerio Alfieri si apprende che la città di Asti era fornita di vino buono e ottimo, che nella storia diventerà dono prezioso, moneta di scambio e fonte di ricchezza per i produttori e i mercanti astesi.

Bibliografia: Anna Maria Cirio:    Bacco: Lieo ed ispiratore. Storie di vitigni, d'uva e vino 

 

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